Il giorno in cui la Nazionale divenne Grande

C’erano ottime premesse perché la trasferta in Liechtenstein potesse diventare per la Nazionale la partita del record di gol in trasferta. E invece non è stato così: il 4-0 resta dietro quello che è il successo più largo ottenuto dagli azzurri fuori casa, in una partita che rappresenta una svolta storica per il nostro calcio.
Domenica 11 maggio 1930, Budapest, Ungheria-Italia.

È l’ultima gara della prima edizione della Coppa Internazionale, torneo antesignano dell’Europeo che metteva di fronte le migliori formazioni continentali dell’epoca ovvero Austria, Italia, Cecoslovacchia e Ungheria (dalla seconda edizione si aggiunse la Svizzera). Gli azzurri guidati da Vittorio Pozzo sono secondi in classifica dietro austriaci e cecoslovacchi ed a pari punti con gli ungheresi: chi vince, dunque, si prende il trofeo. Nei tre precedenti disputati in terra magiara l’Italia aveva raccolto un 6-1, un 7-1 e un 1-1 cinque anni prima, nel 1925.  In generale non abbiamo avuto grandi soddisfazioni con l’Ungheria, fatta eccezione per la gara d’andata di quella Coppa Internazionale (25 marzo 1928, 4-3 a Roma con gol decisivo di Julio Libonatti a 5 minuti dalla fine).
Insomma ci sono tutte le premesse per una partita quantomeno di sofferenza contro avversari che schierano due fuoriclasse del tempo come Hirzer e Turay.
E difatti il primo quarto d’ora è un assedio: la nostra area di rigore è una giungla e Combi, primo grande portiere della nostra storia, deve fare miracoli per tenere in piedi la baracca. Poi, al 17′, un ventenne centrattacco di nome Giuseppe Meazza, alla quarta presenza in Nazionale, si ritrova per caso il pallone tra i piedi a metà campo: senza pensarci su corre come un ghepardo, arriva in area avversaria, dribbla il portiere Aknai e mette dentro. Nella più classica tradizione italica colpiamo in contropiede. Il copione della partita non cambia: subiamo, soffriamo, scalciamo ma ripartiamo con precisione e velocità. Il direttore d’orchestra è una mezzala di cui oggi si parla pochissimo e che invece in tanti considerano tra i più forti giocatori italiani di sempre: Adolfo Baloncieri.

Dietro fa la voce grossa uno che, a leggere la sua biografia, oggi campeggerebbe nel mio cuore: Attilio Ferraris detto Ferraris IV, tanto indisciplinato fuori – “Se avessi ancora i soldi persi a poker, ai cavalli e ai cani, ma sai quanti soldi me giocherei ancora!!!” è una frase che gli viene attribuita – quanto leonino, generoso ed elegante in campo.
Nel secondo tempo i magiari non passano e piano piano perdono fiducia. Noi colpiamo ancora in contropiede con Meazza non una ma due volte, poi anche Mumo Orsi e Raffaele Costantino entrano nel tabellino. Finisce 0-5. Per gli ungheresi una disfatta epocale, per gli azzurri – soprattutto per Meazza – una consacrazione e di fatto l’inizio del decennio dorato della nostra Nazionale. “Una svolta decisiva nell’evoluzione del calcio italiano” la definisce Gianni Brera nel suo “Il mestiere del Calciatore”.
Combi, Monzeglio, Caligaris, Colombari, Ferraris IV, Pitto, Costantino, Baloncieri, Meazza, Magnozzi, Orsi l’11 schierato da Pozzo. Le cronache narrano di giornali d’Ungheria listati a lutto e di una massa di tifosi italiani festanti all’ascolto della radio: si può ipotizzare che in questo aspetto sia possibile trovare molte similitudini nei festeggiamenti post Italia-Germania Ovest 4-3 di Messico ’70. Gli stessi tifosi accolsero poi gli azzurri al rientro in treno da Budapest: per molti storici è il primo bagno di folla per festeggiare un risultato dell’Italia.

Oggi la coppa vinta non esiste: a dirla tutta non viaggiò mai con la carovana azzurra. Realizzata tutta in cristallo di Boemia, si ruppe al momento della consegna ufficiale… Resiste invece il valore simbolico di quel successo per il nostro calcio, certificato dal record a cui accennavo all’inizio: mai più, dopo quella sfida, l’Italia è stata capace di vincere in trasferta con uno scarto superiore.

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