Il trono di Sale (Djordjevic)

Tempo fa un mio amico mi ha chiesto: “Ma come mai sei diventato appassionato di basket, tu foggiano – che non è, ahimè, terra di basket – e bambino all’epoca del Foggia di Zeman?”. A parte che si dice Zemàn, perché noi foggiani spostiamo tutti gli accenti, le risposte sono molteplici ma quella che mi ha fatto brillare maggiormente gli occhi ricordandomi di quando ero ragazzino riconduce a questo tizio qui.

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Lo “conosco” nella finale di Korac del ’93, quando trascina l’Olimpia Milano prima in semifinale contro Cantù e poi in finale contro Roma (ora però non mettetevi a piangere ripensando a quanto eravamo forti in campo europeo all’epoca). Vedo per caso in tv la finale di ritorno e quel play serbo, con sempre meno capelli, che controlla in modo totale tutto quello che accade attorno a lui mi illumina la mente. Per la cronaca ne fa 29 all’andata e 40 al ritorno: leggermente incisivo, insomma. All’epoca – avevo 10 anni e mezzo – non sapevo che a metà stagione era stato fischiato e contestato, che non era ben visto dai tifosi e che nella sua patria stava accadendo il finimondo. O meglio lo sapevo ma non avevo collegato la persona alla guerra. E soprattutto non ricordavo che un anno prima Aleksandar Sale Djordjevic decise all’ultimo respiro una delle se non la finale di Eurolega/Euroclub/Coppa dei Campioni più emozionante di sempre.
Istanbul, 16 aprile 1992. “Non possiamo battere Badalona” dice alla vigilia della finale Aza Nikolic a proposito delle possibilità del suo Partizan Fuenlabrada, ovvero il quartiere madrileno dove la squadra ha giocato quasi tutta la stagione europea perché Belgrado è una polveriera e nessuno ci vuole andare. Ha torto marcio e lo sa benissimo. I suoi ragazzi offrono una prestazione straordinaria e vanno anche sul +10 prima che i problemi di falli, di Danilovic in primis, e la stanchezza aiuti la rimonta della Joventut. Rafa Jofresa segna a 10” dalla fine il canestro del +2 e sembra finita per il Partizan. Koprivica batte subito la rimessa e affida il pallone a Djordjevic. Che non è un pivellino: ha già vinto tanto con il club e con la nazionale giusto un anno prima, a Roma, si è laureato Campione d’Europa. Non ha ancora 25 anni quando riceve quel pallone e sa che il sogno di tutta la squadra è nelle sue mani. Corre come un pazzo dall’altra parte, percorrendo la fascia destra pressato proprio da Jofresa. Quando arriva in posizione di ala è totalmente fuori equilibrio, ha il corpo rivolto verso la linea di fondo e in più ha Morales che sta per raddoppiarlo. Apparentemente non ha uno straccio di piano, né A né tantomeno B. Apparentemente. Si arresta, salta e mentre è in aria si gira quasi di 90° in direzione del canestro. Jofresa e Morales lo lasciano: cosa vuoi che faccia uno in quella situazione? Uno qualsiasi non so, ma un Vincente come Djordjevic può fare solo una cosa: canestro.

Rivedete il video e pensate a quanti giocatori nella storia di questo sport avrebbero potuto fare una cosa del genere in quel contesto e con quella pressione: se arrivate a dieci vi stringo la mano.

Come si fa a non innamorarsi di uno così? E infatti io mi perdo. Non è il campione Perfetto, quello che ha vinto ovunque sia andato: per esempio non ha spezzato lui la maledizione della Fortitudo in Italia e del Barcellona in Europa. Ma è uno che sul campo sputa sangue se necessario e quando il pallone comincia a pesare non deve muovere un muscolo perché è la spicchia stessa che viene attratta gravitazionalmente da lui. E poi intorno alla sua figura tutti compiono un salto di qualità. Sempre per esempio, ha riportato dopo sei anni il titolo ACB al Real, allenato da Scariolo, in un Madrid in cui di giocatori passati alla Storia c’erano lui, Herreros, in parte Michajlov più un branco di baciati dalla grazia, probabilmente anzi sicuramente quella cestistica del Principe.

Oh, a proposito di grazia…

Già con gli occhi pieni di ammmore baskettaro, a 13 anni sbavo letteralmente per i 41 punti con 9-12 dall’arco che avete appena visto e se mai avessi avuto dubbi nei mesi precedenti su quale dovesse essere il mio sport e il mio idolo, vengono disintegrati. Djordjevic si erge a protagonista indiscusso in una finale in cui c’è gente come Bodiroga, Danilovic, Rebraca, Divac, Savic, Sabonis, Marciulionis, Kurtinaitis… Quella partita passa alla storia non solo per la prestazione monstre del mio uomo ma anche perché la Lituania si inviperisce contro l’arbitro americano Toliver e dopo un fallo tecnico, l’ennesimo subito, si rifiuta di proseguire il match. Siccome farne 41 sembra riduttivo, Djordjevic fa pure da mediatore e convince Marciulionis a riprendere la contesa. Poi c’è la Croazia che non vuole salire sul podio, la Lituania che protesta ancora, i greci che fischiano… Ma tutto ciò ci interessa poco in questa sede.

Beninteso: l’omino in oggetto non sa solo segnare. Due anni dopo, nel ’97, una splendida Italia guidata in panchina da Ettore Messina si arrende in finale a Barcellona alla Jugoslavia. Che durante il suo cammino batte la Croazia così:

Ho come la sensazione di aver già visto da qualche parte qualcosa di simile… Mah, magari mi sbaglio. Comunque l’MVP di quell’Europeo è proprio Djordjevic, che non comanda nessuna voce statistica, che non è il miglior marcatore dei suoi – anzi, chiude la fase finale a 5 p.ti di media – ma che evidentemente domina incontrastato in una Jugoslavia dal talento smisurato. In nazionale fa ancora in tempo a vincere un Mondiale, nel ’98, in cui statisticamente incide poco anche perché non sta benissimo ma – guarda un po’! – man mano che il torneo va avanti il suo minutaggio cresce: mica fesso, coach Zelimir Obradovic. Quel torneo è anche l’ultimo in cui da adolescente lo vedo giocare: il mio eroe abbandona la Nazionale ed è già in Spagna, dopo aver giocato ben 8 partite in NBA con Portland dove evidentemente non è stato capito – in realtà il gioco da quella parte non c’entra nulla con il suo basket -. Siccome siamo negli anni in cui in tv ci vanno a malapena i campionati italiani e Internet è qualcosa di sconosciuto, sono costretto a seguirlo sui giornali e su Superbasket.

Nel 2003 torna in Italia, a Pesaro. La mia reazione è qualcosa del tipo: “Ok, manteniamo la calma. Dov’è lo spumante che mi riservo per il matrimonio?”. Sale viene da un anno di inattività e io da un anno di domande sul perché uno così, seppur a 35 anni, non possa tornare utile a qualcuno. Alla Scavolini torna utilissimo: in coppia con Alfonsino Ford esalta il pubblico dell’Adriatic Arena e trascina la squadra ad una finale di Coppa Italia persa con la Benetton e ad una semifinale scudetto persa contro la Montepaschi. E io, che nel frattempo avevo trovato altri amori cestistici, torno inesorabilmente da lui. Il quale, con il passaporto spagnolo in tasca, è sempre lo stesso. Magari segna di meno ma quando conta la imbuzza, tipo Gara 1 dei quarti ’04-’05 contro Cantù quando ne mette 17 in 20 minuti. Non con la maglia di Pesaro, con la quale si lascia malissimo: a febbraio 2005 è ritornato a Milano, con la quale undici anni prima si era lasciato malissimo. L’Olimpia vive un momentaccio e decide che solo un uomo può tirarla fuori dal pantano: e l’uomo in questione – guarda un po’! – rimette le cose a posto. Ai playoff Milano parte senza lustrini ma intanto fa fuori Cantù e in semifinale si ritrova 2-2 con Treviso: serve l’impresa al PalaVerde e l’impresa arriva. Djordjevic non è solo l’uomo del pick and roll letale, della tripla che ti ammazza e della regia impeccabile: sebbene il corpo faccia fatica, con la testa è anche il leader difensivo. Milano è in finale, da outsider contro la Fortitudo. Quando la serie inizia, il Principe ha già deciso che quello, comunque andrà a finire, sarà il suo ultimo ballo. Il 16 giugno 2005 è da cerchiare in rosso nella storia del nostro basket: la Climamio è avanti 2-1 ma l’Armani Jeans ha tutto per allungare la finale. Gara 4 è di un’intensità spaventosa, a tratti una battaglia e nelle battaglie Sale è a casa sua. Da 3 è una macchina, ne mette 17 in 19 minuti e quando partono gli ultimi 30 secondi di partita, con Milano sopra di 1, lui in campo c’è e non ha bisogno di chiedere il pallone dalla rimessa. Gestisce la sfera come solo lui sa fare, trova Calabria libero e gli affida il tiro della vittoria. Ma…

L’ultima partita della carriera di Aleksandar Djordjevic decisa da un tiro di Douglas alla Djordjevic. Beffardo, vero? Io sono davanti alla tv, subito conscio della storicità di quell’evento. Ma fatemi vedere Sale! Dov’è? In quante lingue sta imprecando? Eccolo lì. Non dice nulla. E’ impietrito. Guarda nel vuoto. Poi all’improvviso si gira verso la telecamera. Lo so che sta cercando me con lo sguardo. Lo so.
“Ma che cosa ha fatto? Ma come ha fatto?”
“Se non lo sai tu che ne hai fatti decine così!”
“Hai ragione, però…”
“Dai, Sale: hai fatto tutto quello che potevi. Ma adesso? Chiudi così?”
Silenzio. Poi parla convinto: “Sì, sì. Ho vinto tanto, ho fatto tanto. Può bastare.”

Lo abbraccio e gli dico grazie. E mi scappa una lacrima, perché so che ne vedrò altri, magari più forti, ma nessuno lo spodesterà dal trono che ho eretto appositamente per lui.

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