Italrugby nella Storia (e che sia solo l’inizio)

Chiariamo subito una cosa a scanso di equivoci. Gli Springboks versione 2016 sono una squadra in enorme difficoltà tecnica, spesso in confusione e che fatica ad avere continuità e disciplina durante gli 80 minuti. Detto ciò, è pur sempre la quarta potenza mondiale e l’Itarugby, reduce dagli schiaffoni presi con gli All Blacks, è all’inizio della fase di ricostruzione negli uomini e nelle idee secondo i dettami di O’Shea. Pensare che si potesse vincere era legata ad un “Hai visto mai che…” piuttosto che ad analisi di campo.
E invece…

Di fronte ad un avversario che l’ha messo sul fisico prima che sulla qualità, gli azzurri non si sono scomposti e anzi hanno rilanciato. Volete battagliare? E battagliamo. Italrugby senza paura, con la giusta concentrazione, con coraggio e lucidità. Con la leadership di Sergio Parisse, l’entusiasmo dei ragazzi esordienti o poco più, con Simone Favaro letteralmente ovunque, con la forza di Giambattista Venditti pronto per il remake de “Lo Chiamavano Bulldozer” con De Allende nella parte di quello che rimbalza.

È stata una gioia immensa, una libidine assoluta: ma è fondamentale che non resti un episodio isolato. Non si pretende una Nazionale che vinca il Sei Nazioni ma che sia competitiva sempre, che riesca ad andare oltre il concetto di “abbiamo perso a testa alta”, che se la giochi con tutte puntando a vincere la partita e non a fare la comparsa onorevole. I mali e i difetti del rugby nostrano non sono spariti d’incanto in un pomeriggio fiorentino, ma caspita se c’è stata un’iniezione di fiducia! Sta ai giocatori, a O’Shea, allo staff, ai dirigenti federali valorizzarla e darle ulteriore vigore sul medio-lungo periodo.
Negli ultimi anni sono stati fatti passi indietro sulla qualità media della palla ovale italica: ora è il momento di rilanciarla. Se non ora che abbiamo battuto una dell’emisfero australe, quando?

P.S.: l’ItalRugby è probabilmente la nazionale che ha il più alto numero di haters nel proprio paese. Tra le accuse ricorrenti “come si fa a tifare/seguire una squadra che perde sempre?” e “mica ce li hanno solo loro i valori dello sport!”. Fin troppo facile rispondere che il tifo vero e la passione vera non guardano il risultato altrimenti le piccole squadre di ogni sport non avrebbero tifosi. E poi è vero, i valori del rugby sono comuni ad altri: ma diamo atto a questo sport di saperli veicolare meglio sul piano comunicativo e del marketing. E onestamente non vedo dove sia il problema.

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