Il Vittorio Pozzo dimenticato

Unico allenatore ad aver vinto due edizioni della Coppa del Mondo, peraltro consecutive (1934 e 1938).
Unico allenatore italiano ad aver vinto un oro olimpico (Berlino 1936).
Grande innovatore tattico del nostro calcio.
Uno dei personaggi principali della Storia sportiva italiana, ben oltre il palmares.

Eppure a Vittorio Pozzo (scomparso il 20 dicembre 1968) il calcio italiano non ha intitolato nulla a parte lo stadio di Biella, di Boscoreale e per vent’anni, dal 1986 al 2006, lo stadio Comunale di Torino. Con tutto il rispetto è ben poca cosa rispetto al suo contributo. Dopo la seconda guerra mondiale Pozzo fu osteggiato sia per motivi tattici – credeva fermamente nel Metodo o 2-3-2-3 mentre imperava il Sistema o 3-2-2-3 – ma soprattutto per motivi politici. Veniva infatti associato al regime fascista anche se, come testimonia Giorgio Bocca, “Il commissario unico era un ufficiale degli alpini e un fascista di regime. Vale a dire uno che apprezzava i treni in orario ma non sopportava gli squadrismi, che rendeva omaggio al monumento degli alpini ma non ai sacrari fascisti”.

A distanza di anni dalla sua morte, resta per me una mancanza di rispetto enorme non vedere il suo nome associato ad altri impianti, altre strutture, altri campi.
Specie se ai meriti sportivi aggiungiamo il riconoscimento morale dovuto per lo straziante compito svolto nel riconoscere i corpi del Grande Torino dopo la tragedia di Superga.
Su La Stampa Vittorio Pozzo, che era anche giornalista e analista, scrisse sul drammatico evento:

Il Torino non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore, tutta assieme, al completo, con tutti i titolari, colle sue riserve, col suo massaggiatore, coi suoi tecnici, coi suoi dirigenti, coi suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea, coi loro ufficiali, al completo, e non ritornava nessuno, al completo. E’ morto in azione. Tornava da una delle sue solite spedizioni all’estero, dove si era recato in rappresentanza del nome dello sport italiano. Aveva presa la via del cielo per tornare più presto, per far fronte agli impegni di campionato. Un urto terribile, uno schianto – ai piedi di una chiesa, di una basilica addirittura – uno gran fiammata. E poi più nulla. Il silenzio della morte. Era la squadra Campione d’Italia”.

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