Sport Movie – Momenti di gloria (Chariots of Fire)

Nella storia del cinema sportivo ci sono molte scene diventate talmente iconiche che tutti noi le conosciamo anche senza aver mai visto il film a cui fanno riferimento. La scena iniziale di Momenti di Gloria con la colonna sonora di Vangelis è una di queste, probabilmente la più significativa.

La storia di Eric Liddell e Harold Abrahams, una storia di amicizia, rivalità e passione, ha segnato un’epoca nel racconto dello sport. La lentezza dei movimenti delle macchine da presa, l’ampio spazio ai discorsi del singolo verso la collettività – e in parte verso sé stesso -, la colonna sonora delicata e pomposa allo stesso tempo: tutto coerente con la ricerca di un’epicità interiore e mentale piuttosto che atletica. Liddell, considerato uno dei più grandi atleti scozzesi di sempre, è un fervente protestante che vive la sua vita da sportivo, anche di rugby, finalizzata a rendere omaggio al Signore: quando dice alla sorella che “Dio mi ha fatto veloce e quando corro lo sento compiaciuto” riassume tutto il senso della propria storia.

Abrahams, invece, vede nello sport il modo più adatto a sé per superare le ritrosie, i dubbi e le reticenze che lo circondano in quanto ebreo. La partecipazione non gli interessa: il suo unico obiettivo è la vittoria perché è essa che può dargli onorabilità sociale. È ovviamente un pensiero che rischia di soffocarlo e il suo percorso emotivo per affrontare questa angoscia è la parte che personalmente ho trovato più interessante.

Ci sono molte inesattezze storiche. Ad esempio, il problema religioso di Liddell che gli impedisce di partecipare alla finale dei 100 metri, ovvero che la gara si svolge di domenica, non si verificò perché il calendario era noto già mesi prima dei Giochi; oppure Montague, uno dei compagni di Abrahams, viene citato all’inizio del film dall’altro membro della squadra inglese Lindsay come ancora vivo mentre nella realtà era morto 30 anni prima. Sono tutti dettagli che però permettono a Colin Welland nella sceneggiatura e a Hugh Hudson nella regia di far convergere tutti gli elementi del film nella direzione voluta. Non essendo un documentario sono “errori” più che perdonabili. Peraltro ciò non toglie che Chariots of Fire di annotazioni storiche di rilievo ne fornisce eccome. Mi concentrerei soprattutto su due di queste: fino alla seconda guerra mondiale lo sport inglese resta per lo più appannaggio delle classi medio-alte mentre quelle meno abbienti hanno meno se non nulla chance di fare sport dilettantistico e quindi olimpico; l’Inghilterra degli anni ’20 è un paese che non è affatto libero da pregiudizi di razza o di religione.

Un film da vedere perché vale la pena nutrirlo della propria adrenalina. E poi così si può apprezzare meglio quest’altro gioiellino.

FRASE PREFERITA – “Good luck. Don’t suppose I’ll see you ‘til after the race…” (Eric Liddell)

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