Velasco, un Maestro di sport

Il compleanno di Julio Velasco, nato 65 anni a La Plata, è l’occasione per poter parlare di un coach che ha segnato in modo profondo lo sport italiano. Come Ratko Rudic nella pallanuoto, Velasco da straniero ha avuto l’abilità di comprendere come far emergere il meglio da una generazione di Fenomeni nostrani. Con l’aggiunta di averlo fatto con una Nazionale pressoché priva di tradizione a livello internazionale.

La laurea in filosofia lo ha inevitabilmente portato a vedere l’attività sportiva oltre il semplice agonismo, dandogli una forma mentis che gli permette di sintetizzare in poche parole concetti complessi. Ad esempio quando spiega perché lo sport sia così importante nella vita di ognuno di noi:

Credo che la gente abbia bisogno di emozioni, di sentirsi parte di qualcosa che va al di là della routine di tutti i giorni, di competere per un’impresa straordinaria.

Oppure quando descrive l’odiosa cultura degli alibi:

Tutti possono spiegare perché non sono riusciti a fare una determinata cosa, pochi riescono a farla lo stesso. Non riuscire a vincere la difficoltà porta alla “cultura degli alibi”, cioè il tentativo di attribuire un nostro fallimento a qualcosa che non dipende da noi. Adottando la cultura degli alibi elimino la possibilità di utilizzare il feedback che sta alla base dell’apprendimento. L’errore è uno strumento che segnala la necessità di apportare delle modifiche, le scuse invece impediscono di mettere in moto tutto il processo di miglioramento.

Non a caso è stato invitato più volte a corsi di coaching, anche in virtù di un’irresistibile cadenza argentina e della padronanza del palcoscenico difficilmente riscontrabile in un uomo di sport. Su YouTube si trovano molti suoi monologhi che consiglio di guardare con attenzione.
Dopo la profonda delusione olimpica del ’96 – una delle serate più amare della storia sportiva italiana -, Velasco ha lasciato la panchina della Nazionale e di fatto non è più tornato a vincere con quella continuità a quei livelli. Ma ciò non gli ha impedito di ottenere altri tipi di risultati, più umani e morali.
Uno così, anche se non alza trofei, resta un Vincente.

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