Ermenegildo Arena, la beduina e il Settebello

La pallanuoto è uno sport durissimo, il più delle volte massacrante. Devi lottare con l’acqua che ti spinge giù e con gli avversari che fanno lo stesso. Bisogna avere un gran fisico ma per essere un Campione serve anche altro. L’astuzia, per esempio. Oppure la fantasia. Doti che Ermenegildo “Gildo” Arena aveva in abbondanza.

Nato a Napoli il 25 febbraio 1921, Gildo è stato uno dei primi grandi protagonisti della nostra pallanuoto. Primo contatto con il mare a sette anni, poi le gare di nuoto prima dell’incontro con il maestro ungherese Endre Bandi Zolyomy. 6 volte campione italiano nei 100, 200 e 4×200 stile ma soprattutto – perché è così che lascia il segno – cinque scudetti con la Rari Nantes Napoli e uno con la Canottieri Napoli, che nel 1951 lo acquista dandogli una Fiat 500 Topolino e ben 500mila lire. Arena, passato anche dalla Lazio, diventa il primo pallanotista italiano professionista ma è normale che sia così: è un talento assoluto, ha forza fisica e quell’astuzia e quella fantasia di cui parlavamo all’inizio. Trova anche il modo per segnare quando riceve spalle alla porta, in una posizione di svantaggio rispetto al difensore: capisce che deve giostrare sull’anticipo, deve sorprendere l’avversario. Passa alla storia per aver inventato così la beduina, l’equivalente calcistico della rovesciata. Anche se lo stesso Arena riduce il proprio ruolo nel processo di creazione:

In verità non inventai del tutto quel movimento. Qualcuno lo eseguiva con il braccio in posizione orizzontale. Io invece provai a farla dal basso verso l’alto con le spalle alla porta: ne nacque un tiro imprevedibile e spettacolare.

È una beduina di Arena a dare di fatto all’Italia l’oro olimpico a Londra ’48: vale il 4-3 all’Ungheria e un successo che gli azzurri – compreso quell’altro fenomeno di Cesare Rubini, hall of famer nella pallanuoto e nel basket – si portano dietro per tutto il torneo senza sbagliare più un colpo. È il punto più alto, sportivo ed umano, della carriera di Gildo.

Sul podio non riuscivo a trattenere le lacrime per la commozione. Non avevamo solo vinto le Olimpiadi, ma eravamo investiti dagli applausi degli odiati inglesi – che spesso fischiavano gli atleti italiani ancora associati al fascismo, nda- con la nostra bandiera che dominava Londra. Che orgoglio!

Ma Arena non si limita ad essere determinante nel successo a cinque cerchi. Entra nella Storia perché contribuisce a creare il soprannome che renderà immortale la Nazionale di pallanuoto. Di storie su come si sia arrivati al Settebello ce ne sono più di una con alcuni elementi comuni: la passione per la scopa di Arena e altri giocatori della Rari Nantes e della Nazionale – Pasquale Buonocore ed Emilio Bulgarelli -, l’accostamento alla Nazionale durante i Giochi di Londra, Niccolò Carosio che lo usa in radiocronaca su invito degli stessi azzurri.

Gildo Arena muore a Castelvolturno a pochi giorni dal suo 84esimo compleanno e una settimana dopo che a seguito di lunghe peripezie gli era stato riconosciuto il vitalizio secondo la legge Onesti, che aiuta gli ex sportivi in difficoltà. Muore dopo aver vissuto gli ultimi anni con il morbo di Alzheimer a fargli compagnia. Muore dopo aver messo la propria impronta indelebile tecnica, umana e di marketing nella pallanuoto e nello sport italiano.

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