Mennea, l’uomo che visse più volte

Ho intervistato due volte Pietro Mennea durante il mio periodo a Radio Sportiva. In entrambi i casi sentivo forte la pressione e l’emozione. Perché Pietro Paolo Mennea da Barletta è stato un uomo capace di realizzare talmente tante cose nella sua esistenza che c’è da restare sbalorditi.
Sì, il record del mondo nei 200 che resistette 17 anni; sì, l’oro olimpico sempre nei 200 a Mosca ’80 sfidando i migliori del momento nonostante il boicottaggio. Ma Mennea è stato anche altro, molto altro.

Ha conseguito quattro lauree: scienze politiche, giurisprudenza, scienze motorie e sportive e lettere. È l’unico duecentista della storia che si sia qualificato per quattro finali olimpiche consecutive, nel suo caso dal 1972 al 1984. Ha esercitato le professioni di avvocato e commercialista. È stato docente universitario. Ha vinto 29 medaglie internazionali. Ha scritto numerosi saggi sull’atletica, sulla lotta al doping, sul diritto non solo sportivo.

Mennea ha vissuto più vite, ha combattuto più battaglie. L’ultima delle quali, contro un tumore, l’ha persa il 21 marzo 2013. Non si è mai rassegnato all’idea di non riuscire a realizzare i suoi sogni, le sue speranze. Madre Natura gli aveva dato delle gambe dotate di un’accelerazione pazzesca e di un cervello che andava ancora più veloce. Ma Mennea era un uomo pratico: sapeva che tutto ciò non poteva bastare. Senza esercizio quotidiano quelle due caratteristiche fisiche sarebbero state inutili. Senza un enorme sforzo di volontà quel talento naturale sarebbe rimasto inespresso. A distanza di 4 anni dalla sua morte credo che questa sia la più grande eredità che Mennea ci abbia lasciato, insieme ai brividi che le sue gare procurano ancora e procureranno sempre.
Come scrisse nella sua autobiografia “La corsa non finisce mai” (titolo meraviglioso):

Esiste un solo modo per sapere se si fallirà o si vincerà: provarci

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