Correva, Jesse Owens

Correva, Jesse Owens. perché non sapeva fare altro.
Correva perché solo così si sentiva libero.
Correva perché solo così era considerato uguale a tutti gli altri.
Correva perché solo così poteva dimostrare di non essere inferiore in quanto nero.
Correva, Jesse Owens: Dio se correva!

Owens è ricordato per le 4 medaglie d’oro a Berlino 1936 – 100, 200, 4x 100 e salto in lungo – ma la sua grandezza si era manifestata un anno prima.
Il 25 maggio 1935 al Big Ten meet di Ann Arbor, nel Michigan, stabilì quattro record del mondo: salto in lungo con la misura di 8,13 metri (record che durò 35 anni), 220 iarde piane in rettilineo (20″3, tempo valido anche come record sui 200 metri), 220 iarde a ostacoli in rettilineo (22″6, primo uomo a scendere sotto i 23″, tempo buono anche come record sui 200 metri ostacoli), e 100 iarde (9″4, record uguagliato).
Tutto questo in 45 minuti. 45 minuti.
La più grande prestazione sportiva individuale di sempre.

Quando un tumore fermò la sua corsa, il 31 marzo 1980, Owens aveva da poco ricevuto i meritati riconoscimenti istituzionali. Se Franklin Delano Roosevelt si era rifiutato di incontrarlo dopo i Giochi berlinesi per questioni elettorali – “non sta bene che il Presidente che punta alla rielezione riceva un negro alla Casa Bianca…” -. Gerald Ford nel 1976 gli aveva consegnato la Medaglia Presidenziale della Libertà, massimo titolo possibile per un civile americano. Un modo forse per lavarsi la coscienza verso quel glorioso figlio d’America prima celebrato e poi relegato solo per il colore della pelle.

Correva, James Cleveland Owens: correva con la forza dei suoi piedi e il coraggio dei suoi polmoni.

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