Agassi il rivoluzionario

Mi piaceva tanto quell’americano capellone e colorato. Mi piaceva perché, a me ragazzino ignorante di tennis, quello strano personaggio appariva diverso dagli altri. Non potevo ancora accorgermi di quanto lo fosse tecnicamente, creando di fatto – Rino Tommasi docet – una nuova figura ovvero l’attaccante da fondo campo, contro cui era estremamente difficile difendersi. Per me era semplicemente uno che andava contro le regole predefinite incarnando una tipologia di personaggio che mi ha sempre affascinato, non solo nello sport. Per questo so per certo che tra Borg e McEnroe avrei idolatrato il secondo.
Ma quella rivalità non l’ho potuta vivere per motivi anagrafici, motivo per cui il mio tennista di riferimento è Andre Agassi. Rivoluzionario per il modo di giocare, rivoluzionario per il look, rivoluzionario per come ha rigenerato la propria carriera quando ormai sembrava tutto finito, rivoluzionario per come ha raccontato la sua vita.
Se non avete letto Open correte subito a rimediare. Non è una semplice autobiografia: è la descrizione dettagliata di un tormentato percorso interiore che non poteva apparire pienamente in pubblico. Il mio capitolo preferito è quello in cui Andre racconta la vittoria al Roland Garros del 1999, un anno e mezzo dopo aver toccato il numero 141 della classifica ATP. È un capitolo di lotta, di speranza, di gioia, di fatica, di lacrime. Tante lacrime.

Il punto per il titolo. Metà del pubblico grida il mio nome, l’altra metà grida ssssh. Metto un’altra prima sfrigolante e quando Medvedev si sposta di lato e rotea il braccio con il gomito piegato sono il secondo a sapere che ho vinto il Roland Garros. Il primo è Brad (Gilbert, suo coach, ndr). Medvedev è il terzo. La palla atterra ben oltre la riga di fondo. Vederla cadere è una delle gioie più grandi della mia vita.
Alzo le braccia e la mia racchetta finisce sulla terra. Sto singhiozzando. Mi strofino la testa. Sono terrorizzato da quanto è bello. Vincere non dovrebbe essere così bello. Non dovrebbe mai importare così tanto. Ma è così e non posso farci niente.

 

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