Auguri Zeman! (Anzi Zemàn)

Zdenek Zeman è un allenatore che si è ritagliato uno spazio nella storia del calcio italiano, con i suoi pregi e i suoi difetti. Tanti i motivi: perché è stato un innovatore, perché poi non lo è stato più, perché si è portato dietro l’aura di Maestro, perché ha sempre detto quello che pensava con tutti i pro e i contro, perché con lui tanti giocatori d’attacco hanno trovato il proprio senso calcistico, perché è stato amato e odiato, perché continua a fare lo stesso calcio ormai prevedibile, perché in fondo in fondo ogni tifoso (ok, quelli della Juve magari no) ha avuto almeno una volta il desiderio di vederlo sulla panchina della propria squadra. Anche solo per vedere di nascosto l’effetto che fa.
Io l’effetto che fa l’ho conosciuto in due momenti distinti della mia vita, da bambino/ragazzino e da quasi trentenne. Per ciò che ha rappresentato per la mia squadra del cuore gli vorrò sempre bene, anche se questo non mi ha impedito di essere critico quando ha fatto/detto cose che non mi trovavano d’accordo.

Zemàn – perché a Foggia spostiamo gli accenti – in Daunia è un’istituzione, un’icona: al netto dei risultati, per impatto calcistico ed emotivo non siamo molto distanti dai rapporti Maradona-Napoli o Riva-Cagliari. A Zeman sono legati i ricordi più belli di più di una generazione foggiana, compresa la mia. Immaginate un bambino di nove anni che si ritrova ad essere tifoso della squadra più folle, scriteriata, divertente ed entusiasmante del momento: non vi sentireste i più fighi dell’universo?

Con il passare del tempo ho riguardato con occhi diversi le partite dell’unica vera Zemanlandia, che come la Settimana Enigmistica vanta innumerevoli tentativi di imitazione. Parlo del Foggia 1991-1994 o, se vogliamo essere più ortodossi, della stagione 1991-1992 quando all’improvviso apparve nel firmamento calcistico italiano una squadra che lasciava a bocca aperta con quel gioco fatto di difesa altissima, verticalizzazioni continue, giocatori che sbucavano in area dal nulla (mi piaceva pensare che i difensori avversari pensassero “N’agghje fatte a ‘timp a dice ‘Crìste, ajuteme”, ovvero “Non ho fatto in tempo a dire: ‘Cristo aiutami”, come se tutti sapessero e parlassero il foggiano). Un mix di calcio olandese e brasiliano che a queste latitudini non si era mai visto. Quelle partite le ho riguardate negli anni con occhi diversi, più analitici, meno sognatori ma non per questo meno entusiasti.

Oggi il Boemo compie 70 anni tondi tondi: ho deciso di festeggiarlo scegliendo le 4 partite per me più significative di quell’annata. E credetemi che la scelta non è stata affatto semplice.

15 settembre. Dopo il pareggio a San Siro con l’Inter e la sconfitta in casa (in realtà al San Nicola di Bari perché lo Zaccheria era in fase di rifacimento) con la Juventus, a Firenze il Foggia vince 2-1 in rimonta con i gol dei due terzini in proiezione offensiva totale: Petrescu e Codispoti si presentano in area, da esterni d’attacco puri, senza che la difesa sappia come fermarli. Un enigma che accompagnerà gran parte dei team di quella Serie A, non sempre in grado di approfittare delle praterie che il Foggia lasciava davanti al compianto Mancini. Una vittoria che fa pensare a noi tifosi: “Dai che forse forse ci divertiamo tanto quest’anno…”

3 novembre. La sfida con il Bari è il Derby per Foggia e per i foggiani. È un Bari piuttosto malandato: nonostante Boban, Platt, Jarni e altri validissimi interpreti retrocederà. Quel Foggia-Bari è la prima in panchina di Zibì Boniek e il polacco dà la scossa perché i biancorossi giocano una partita decisamente migliore delle altre fin lì ma sbagliano una quantità industriale di palle gol. Il Foggia non brilla, soffre ma ha un Ciccio Baiano formato extralusso. Il 9 segna una tripletta: sinistro terrificante da fuori area, rigore e destro potente e preciso. Sale in vetta alla classifica cannonieri ed anche a quella, ben più importante, dei miei idoli.
Derby vinto dunque. Al ritorno, tra l’altro, il Foggia concede il bis.

26 gennaio. L’Inter ha esonerato Orrico e al suo posto ha messo Luis Suarez. Che non ha bei ricordi allo Zaccheria: da giocatore perse 3-2 contro il Foggia di Oronzo Pugliese alla stagione dell’esordio assoluto in A. È un’Inter in grande difficoltà ma che allo Zaccheria domina, segna e raddoppia. Mancini si fa pure espellere e sembra una di quelle giornate in cui il ritorno a casa dallo stadio è pieno di mestizia. E invece… E invece Baiano accorcia su rigore e poi Petrescu pareggia. Il boato dello Zaccheria ce l’ho ancora nelle orecchie, come quello al gol di Kolyvanov in Foggia-Parma 3-2.

12 aprile. Questa partita è il manifesto della non difesa zemaniana. “Bisognava avere un pallottoliere” afferma una giovane e cotonata Paola Ferrari all’inizio del servizio con una classica frase fatta. Ma più che il pallottoliere serviva che non ci fossero oggetti contundenti vicino seguendo la partita per radio. Perché pareggiare 4-4 con tripletta di Carlo Cornacchia – roccioso difensore, per usare una terminologia vintage – in 13 minuti dopo essere stati avanti 4-1… beh, ci vuole molto autocontrollo. Al di là dell’essere rimasti in 10, è una gara emblematica dei grandi limiti di quel Foggia e di Zeman in generale: non l’incapacità ma la non volontà di difendere il risultato. Non era nelle corde, non c’era traccia nel DNA, non ci si poneva neanche il dubbio. Ma, tutto sommato, a quel Foggia andava bene così.

Auguri Zemàn e grazie per aver reso la mia infanzia più divertente.

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