Gloria a Venezia, onore a Trento

La Reyer Venezia è Campione d’Italia per la terza volta nella sua storia, 74 anni dopo l’ultimo titolo. Non era un’altra pallacanestro: era un altro mondo. La serie dura, insidiosa, emozionante contro una memorabile Trento si è chiusa ieri sera con un successo in volata che ben ha sintetizzato la serie scudetto 2017.

Venezia è passata in questi anni attraverso grandi investimenti, progetti concreti oltre il basket giocato, errori di gestione e di valutazione, cocenti delusioni, a volte troppa voglia di bruciare le tappe. Ciò che non è mai mancato è la perfetta consapevolezza di quale fosse l’obiettivo finale: tornare sulla vetta del basket italiano. L’idea che aveva Brugnaro e che ha contagiato tutti coloro che sono passati dal Taliercio in queste stagioni. Personalmente sono contento per De Raffaele, che a 48 anni raggiunge l’apice di una carriera da coach fatta di tanto lavoro spesso nell’ombra, e per Tomas Ress, che a 37 anni e con un fisico tormentato dagli infortuni ha mostrato come si possa essere decisivi per la propria squadra con le piccole cose, dettagli che completano il mosaico.
C’è un dato che mi pare importante da sottolineare: con Pistoia, con Avellino e con Trento l’Umana ha vinto la gara decisiva in trasferta. Non può essere un caso: semmai sono tre indizi della grande forza mentale che questo gruppo ha avuto con sé nel momento topico della stagione. Una forza che ha permesso di superare i momenti difficili e attivare quando serviva la mole di talento a disposizione. E se non hai forza mentale non fai dentro e fuori dal campo senza batter ciglio come McGee e canestri come questo di Bramos non li metti.

Ho usato il termine memorabile per definire i playoff di Trento e lo ribadisco con forza. Maurizio Buscaglia e il suo staff hanno fatto un lavoro clamoroso in condizioni menomate, con rotazioni cortissime e con Sutton a mezzo servizio in finale. Eliminare Sassari e Milano e lottare con Venezia possesso su possesso è stato qualcosa di esaltante per tutto il team e bene fa lo stesso Buscaglia a parlare di orgoglio. Spesso del termine “a testa alta” si fa un abuso che ne sminuisce il senso: qui però ci sta tutto perché la Dolomiti Energia ha davvero dato il massimo e anche qualcosina in più. Non è bastato perché di fronte c’era una squadra che ha dimostrato sul campo di essere più forte. Cosa si può davvero rimproverare all’Aquila? Sì, i liberi non segnati in gara 3. Sì, gli ultimi 3 minuti di gara 5. Momenti in cui la serie è girata a favore della Reyer. Ma davvero qualcuno se la sente di puntare il dito contro questo gruppo?
E attenzione: guai a parlare di Leicester italiano. Qui non c’è nessuna stagione miracolosa dopo anni di buio: qui c’è una società seria che programma da anni, che fa il passo poco meno lungo della gamba, che sa scegliere gli stranieri, che mette in condizione di lavorare senza pressioni. La finale scudetto, pur non prevedibile ad inizio stagione, non è stata il frutto della casualità.

Postilla. Due anni fa su Ultimo Uomo scrivevo per il post scudetto di Sassari: “Se già il livello del nostro campionato non è più tendente verso l’alto – per una lunga serie di motivi, economici in primis —, come possiamo chiedere a questi ragazzi di alzare la qualità giocando con questa frequenza? Non sarebbe meglio concedere 24 ore in più di riposo ai giocatori e di analisi più dettagliate agli staff tecnici? Vale la pena sacrificare la (possibile) qualità del “prodotto” in cambio di tre-quattro prime serate tv e di altrettanti incassi?”. A distanza di 48 mesi il discorso non è cambiato. Ma il cambiamento annunciato per la prossima stagione, ovvero le semifinali al meglio delle 5, è un buon segnale.

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